Esperienze ed impressioni

Venerdì, un libro e lezioni di vita

20 Maggio 2016

Il quotidiano Le Parisien l’ha descritto come “lezione di felicità”. E’ sufficiente per convincere ad acquistarlo? Sono anni che sto alla larga da libri sulla crescita personale e spirituale, cambiamento, miglioramento della vita. In genere trovo in altri libri che non si propongono di insegnare niente molta più ispirazione e stimolo. Ma ho comprato questo “Le jour où j’ai appris à vivre” (Il giorno in cui ho imparato a vivere) forse perché è ufficialmente un romanzo e non un saggio. Ho letto un po’ di recensioni nei siti francesi, e tra moltissimi commenti entusiastici, alcune recensioni negative riguardano invece proprio il fatto che assomigli più a un saggio che ad un romanzo.

Il protagonista è il comproprietario di un’agenzia assicurativa, da poco separato e padre di una bambina, che più che vivere tira a campare. Il lavoro ha perso la verve e lo spirito dei tempi iniziali, la vita sociale è piatta, quella familiare triste. Un giorno una ragazza gli legge la mano e gli predice una fine imminente. Da questo momento, tutto cambia.

Foto di Leonardo BB

La trama non è sicuramente delle più originali, e il tocco finale un po’ deludente, ma nel complesso questa storia ispira ottimismo, merce rara e sempre benvenuta, per come la penso io. La parte vincente del libro è quella del dialogo tra il protagonista e la zia, che in una storia per bambini potrebbe essere il saggio gufo. Se non avete voglia di leggere tutto il libro (VIII diritto imprescindibile del lettore di Daniel Pennac: il diritto di spizzicare, tanto per rimanere in Francia), andate direttamente al capitolo 7 per questo dialogo che è una piccola lezione di vita.

La nature nous rend ce que la societé nous a confisqué.

Et plus tu vas obtenir de plaisir en provenance de l’extérieur, plus tu vas conditionner ton cerveau à se tourner pour y chercher des sources de satisfaction.

…le mot d’origine, utilisé par Jésus, que l’on a traduit par “péché” était khtahayn. Il signifie plut ô t “erreur”, dans le sens où ce que l’on fait ne correspond pas à l’objectif. De m ê me, quand Jésus parlait de ce qui est mal, il utilisait le mot bisha, qui veut plut ô t dire “inadéquat”. Bref, commettre des péchés n’est pas vraiment faire le mal, mais plut ô t se tromper et s’éloigner de l’objectif.

…quand on fait la guerre contre soi-m ê me, une chose est s û re: l’un de nous va perdre!

Credo sia proprio questo il fulcro della storia, questo il saggio trasformato in romanzo aggiungendovi tutto quello che viene prima e che segue dopo. Però, se lo leggete in francese il linguaggio è fluido, facile da seguire, e rappresenta un ottimo esercizio di lingua. Sicuramente da salvare anche la parte relativa alle buone azioni. A rischio di essere buonista, le azioni buone fanno bene, eccome, idealmente almeno una al giorno.
Per rimanere in tema, questa immagine è tratta da un tweet di oggi di Danielle Nierenberg, che seguo (il mio account è @2Bortolozzo se volete seguirmi).

Today offer a random act of kindness to someone and watch how great you both feel.
Buon fine settimana.

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