Life Cycle Thinking

Comunicare l’impatto del cibo

29 Settembre 2014

“Sales of climate-friendly products have increased by 28% since we introduced climate labelling in 2008”

“Com’è Max?”, chiedo a due ricercatrici dell’università.

Una in particolare ha tre figli ed è molto attenta a quello che mangiano, tanto da aver attuato un piano per dissuaderli dal nutrirsi di pane bianco e preferire quello integrale, possibilmente non solo di frumento, possibilmente pieno di semi e noci. Quello bianco con i figli lo chiama “killerbread” (pane assassino). Immaginate…

“E’ il migliore” mi rispondono.

Sembra proprio che Max sia la catena di fast food più amata dagli scandinavi. Non sono una grande frequentatrice di fast food ma, a parte l’eccessivo uso di salse, ci sono elementi che capisco possano piacere ad un vasto pubblico. Ciò che li rende interessanti a me, però, è il modo in cui, ormai da diversi anni, hanno impostato una strategia di sostenibilità che li ha portati non solo a ridurre il loro impatto ambientale (e a volerlo ridurre ulteriormente), ma anche a voler educare i propri clienti a fare scelte più consapevoli.

Da quando, nel 2008, hanno dato il via ad un sistema di climate labelling, è aumentato del 28% il consumo di prodotti a ridotto impatto ( Annual Report 2011 on climate impact and initiatives).

Preciso che la catena è presente in Svezia, Norvegia, Finlandia e Danimarca, quindi non è improbabile che il successo dei prodotti meno impattanti sia legato alla mentalità dei consumatori.

Uno dei punti cruciali della strategia ambientale è costituito dalla misurazione delle emissioni di gas serra dei prodotti, “dalla fattoria alla forchetta”, evidenziando quelli meno impattanti. Tra gli hamburger quello con il carbon footprint inferiore è quello di pesce, che ho preso anche io. Eccolo qui.

Segue poi il vegburger, che mi rendo conto non faccia una gran figura visto così, ma non è male.

E la carrellata dei burger meno impattanti finisce con quelli di pollo.

Nel cartellone che espone tutto ciò che in un fast food Max si può mangiare, vengono indicate anche le emissioni dei menu, comprensivi quindi di patatine fritte e bibita.

Guardate la differenza di carbon footprint tra questi due menu: una porzione di patatine, una bibita (qui non è chiaro che bibita sia, ma è semplicemente possibile che io non sia riuscita a capirlo perché non parlo la lingua) e un vegburger oppure un hamburger triplo formaggio. 0,5 kg CO2eq del primo contro i 3,3 Kg CO2eq del secondo.

Il secondo punto fondamentale della filosofia aziendale è la riduzione dell’impatto climatico. Tra le altre cose, viene utilizzata esclusivamente energia eolica, gli hamburger vengono serviti avvolti in carta e non nella scatolina, le bibite vengono vendute senza coperchietto in plastica e senza cannuccia, vengono attuate iniziative per la riduzione di spreco di cibo e si cerca di ridurre i trasporti attraverso una scelta attenta dei fornitori.

Il terzo punto della strategia ambientale è la compensazione delle emissioni dei gas serra attraverso un progetto di plantumazione di alberi in Africa, eccolo qui comunicato in calce al menu.

Il punto di forza di questa comunicazione è dato dal fatto di raccontare i risultati in modo chiaro e comprensibile da tutti; il loro Rapporto ambientale è inoltre breve, conciso e diritto al punto. Forse anche un po’ troppo, nel senso che manca tutta la parte scientifica a supporto di affermazioni e risultati; da qualche parte dovrebbe essere disponibile. Un altro aspetto positivo è dato dall’indicazione delle iniziative future, che comunicano l’idea di un processo continuo. Peccato siano solo accennate e non ci siano indicazioni di tempi o priorità, ma questo rappresenta comunque un bell’esempio per chi si domanda come raccontare il proprio percorso di sostenibilità.

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