Life Cycle Thinking

Sostenibilità nel settore abbigliamento – prima parte

14 Novembre 2013

Negli ultimi mesi ho seguito con interesse diverse iniziative rivolte ad aumentare la sostenibilità nel settore dell’abbigliamento.

Diversi studi evidenziano che, in un futuro anche non troppo lontano, l’approvvigionamento delle materie prime sarà sempre più complicato e i rifiuti diventeranno una risorsa molto richiesta. Al momento attuale, il settore tessile deve affrontare la problematica di grossi impatti ambientali dovuti all’uso di sostanze chimiche tossiche e all’elevato uso di acqua ed energia nella fase di produzione. C’è poi un aspetto sociale assolutamente da non tralasciare, e relativo alle condizioni di lavoro degli occupati nel settore nei paesi del terzo mondo o emergenti e all’utilizzo di lavoro minorile.

Non ci si pensa quasi mai ma il settore è purtroppo anche ghiotto di foreste. Nel 2012 si stima che 70 milioni di alberi siano stati tagliati per la produzione di tessuti, e che tale numero sia destinato a raddoppiare nei prossimi 20 anni. La pasta di legno viene infatti utilizzata per produrre ad esempio raion e viscosa. Poiché anche il legno è una risorsa sempre più scarsa, non è raro che a tale scopo venga utilizzato legno proveniente dalle foreste tropicali. Per farne fodere o gonne.

Recentemente un gruppo di lavoro costituito da aziende, designers e l’ONG canadese Canopy ha dato vita ad una campagna proprio per divulgare informazioni relative a questa problematica. Si sono poi impegnati a non utilizzare la pasta di legno proveniente dalle foreste a rischio di estinzione, coinvolgendo in questo intento gli attori della catena di fornitura e cercando soluzioni alternative quali l’utilizzo di viscosa riciclata.

Dell’impatto della coltivazione del cotone e della sua produzione abbiamo già parlato . Questo video, realizzato dalla coalizione tedesca Cotton Futures, è un’altra bella risorsa per raccontare in modo semplice e chiaro gli impatti della produzione del cotone.

La società C&A ha collaborato con il Water Footprint Network per il calcolo del water footprint della propria catena di fornitura del cotone e per la realizzazione di uno studio sull’uso sostenibile dell’acqua. Poiché il 40% del cotone utilizzato dall’azienda viene dall’India è stato condotto, proprio in questo paese, uno studio per confrontare il grey water footprint del cotone tradizionale e del cotone biologico . Lo studio, che ha preso come campione 240 coltivazioni di cotone tradizionale e 240 di cotone biologico, ha mostrato che la resa del primo è in effetti un po’ più elevata (635 t contro le 577 del cotone biologico), ma il GWF (Grey Water Footprint) del cotone tradizionale è di 5,5 volte superiore a quello del cotone biologico.

Allo scopo di migliorare la sostenibilità sociale della filiera, negli ultimi tre anni Fair Trade USA ha lavorato allo sviluppo di un programma di certificazione proprio per l’abbigliamento , il quale garantirà che i lavoratori attivi nelle fabbriche monitorate dall’organizzazione ricevano un salario equo, lavorino in un ambiente sicuro e possano esprimere le loro opinioni.

L’azienda produttrice di abbigliamento biologico Indigenous ha sviluppato, assieme ad una società di marketing, uno strumento, il Fair Trace Tool che, attraverso la lettura di un QRCode stampato sull’etichetta del capo di abbigliamento, permette di conoscere l’artigiano che lo ha realizzato, la sua vita, e di capire come la partecipazione al progetto di commercio equo ha migliorato la sua esistenza. In questo modo si cerca di veicolare al consumatore l’impatto diretto dell’acquisto. Indigenous ha lanciato una campagna di crowdsourcing per raccogliere fondi che serviranno a personalizzare il Fair Trade Tool per aziende che non possono permetterselo. La campagna, conclusasi il 30 ottobre, ha raccolto quasi 12.000 dollari.

La società di abbigliamento sportivo Patagonia partirà con l’abbigliamento certificato Fair Trade nell’autunno 2014, e ha deciso che una percentuale del ricavato di ogni capo certificato venduto andrà a far parte di un fondo per i propri dipendenti. Saranno poi questi ultimi a decidere se utilizzare la somma raccolta a progetti destinati a migliorare la qualità della vita delle comunità in cui risiedono o anche a distribuirsela tra di loro. La decisione sarà messa al voto.

Un altro progetto degno di nota è il Sustainability Clothing Action Plan (SCAP), che prosegue il lavoro della Sustainable Clothing Roadmap di cui abbiamo parlato qui . SCAP ha l’obiettivo di ridurre l’impatto ambientale dell’abbigliamento lungo il suo intero ciclo di vita. Ad oggi sono 35 le aziende che si sono impegnate a prendere parte al progetto, tra cui 10 catene di distribuzione che rappresentano insieme il 40% delle vendite al dettaglio nel Regno Unito. Tutti i partecipanti si sono impegnati a ridurre le emissioni di gas serra, i rifiuti e il water footprint. Prendendo come anno di riferimento il 2012, i partecipanti devono misurare annualmente il proprio impatto e comunicarlo. Le azioni attuate dalle aziende per ridurre il proprio impatto dovranno rientrare nelle 7 Aree di Azione identificate dal progetto:

THE SEVEN ACTION AREAS OF THE COMMITMENT ARE:

1. Use a common assessment tool to measure our baseline position and track changes in footprint over time.

2. Reduce the environmental footprint of clothing through fibre and fabric selection.

3. Over the longer term, work with our supply chain partners to reduce the environmental footprint of their processes.

4. Extend the useful life of clothes and reduce the environmental impact of clothing in use through our product design and services.

5. Develop effective messaging to influence key consumer behaviours which will reduce the environmental footprint of clothing.

6. Increase re-use and recycling to recover maximum value from used clothing.

7. Develop actions that help keep clothes out of landfill.

Di SCAP si parla anche in questo video , che denuncia l’impatto negativo di quella che viene definita “fast fashion”, sulla scia del fast food.

Se volete approfondire l’argomento, abbiamo parlato del ciclo di vita dell’abbigliamento anche qui , qui invece di comunicazione e di presa di coscienza da parte dei consumatori.

Tantissime sono le novità nel settore dell’abbigliamento, a presto la seconda parte.

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