Life Cycle Thinking

Venerdì, un libro, luoghi comuni e carbon footprint

11 Maggio 2013

So che è sabato, ma questo è il tradizionale post del venerdì, così mi sembra giusto lasciare il titolo che gli spetta.
Daniel Goleman, famoso psicologo statunitense, è molto conosciuto, tra le altre cose, per aver scritto negli anni ’90 il libro “Intelligenza emotiva”, che ha avuto un grandissimo successo. L’avevo comprato anche io, trascinata dall’ondata di interesse, ma non sono neanche mai arrivata alla seconda pagina. Questa volta, con il suo nuovo libro, “Intelligenza ecologica”, sono andata oltre, anche se all’inizio ero scettica e un po’ prevenuta nei confronti di chi pensavo si volesse riciclare come esperto di sostenibilità. Il libro non approfondisce, ma ha il merito di mettere in discussione tanti luoghi comuni e quelle che considero “pericolose” convinzioni dettate dal buon senso ma non sempre confermate da valutazioni scientifiche. Certe verità non ci piacciono affatto, perché cozzano con quelli che riteniamo ragionamenti logici, oltretutto supportati spesso da un’informazione un po’ superficiale.

Prendiamo l’esempio del trasporto di prodotti che giungono da lontano e vediamo alcuni casi presentati nel libro.

“Per esempio, le spedizioni via mare comportano circa 1/60 delle emissioni di quelle per via aerea e circa 1/5 di quelle su strada. Per n cittadino di Boston, una bottiglia di Bordeaux giunto via mare dalla vigna francese ha un’impronta carbonica più bassa di quella di una bottiglia di Chardonnay della California trasportata su autoarticolato. Oltre alla distanza delle spedizioni, ci sono numerosissime altre variabili carboniche che entrano in gioco nella realizzazione dei prodotti alimentari, dai metodi di raccolta al tipo di fertilizzanti usati e al combustibile consumato per produrre i pacchetti. E’ per questo motivo che gli scienziati ambientali della Lincoln University di Christchurch, in Nuova Zelanda, calcolano che un agnello neozelandese spedito in Gran Bretagna ha u’impronta carbonica pari soltanto a 1/4 di quella di uno britannico, in parte perché in Nuova Zelanda un’altissima percentuale dell’elettricità proveniente da fonti rinnovabili, e l’abbondanza di pioggia e di sole fa sì che i pascoli abbiano bisogno di meno fertilizzanti rispetto a quelli nella nuvolosa Gran Bretagna”.

“Un’analisi dell’impronta carbonica fatta alla Cranfield University, in Gran Bretagna, si è concentrata sulla valutazione del ciclo di vita di 12.000 rose a stelo lungo messe in vendita a Londra durante i gelidi giorni di febbraio, alcune provenienti dai Paesi Bassi, altre dal Kenya. E’ emerso che le rose olandesi, poiché coltivate in serra, hanno un’impronta carbonica sei volte superiore a quella della varietà keniota”.

“I benefici di acquistare prodotti e generi alimentari locali non sono in discussione: da un lato si proteggono l’economia, i posti di lavoro e gli stipendi della propria comunità, dall’altro si mantengono generalmente più basse le impronte carboniche (a parte le curiosi eccezioni). ma l’analisi del ciclo di vita fa emergere la questione di che cosa intendiamo esattamente con il termine “locale”. Un’ecologista industriale a Montréal ha tracciato la geografia dei cicli di vita dei pomodori cresciuti in alcune serre situate nei pressi di questa città canadese. Come mi ha raccontato, nel “prodotto “locale” non c’era poi molto di locale. La ricerca e lo sviluppo dei pomodori era condotta in Francia, i semi venivano fatti crescere in Cina e da lì portati in Francia, dove venivano trattati e spediti in Ontario perché germogliassero nei semenzai. Infine, questi semenzai venivano trasportati su camion fio in Québec, dove si coltivavano le piante adulte e venivano raccolti i frutti. Anche un pomodoro “locale” ha un passato globale alle proprie spalle”.

Potresti essere interessato anche

Nessun Commento

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.