Life Cycle Thinking

LCA: pensarla e metterla in pratica

7 Novembre 2012

Riporto qui la nostra ultima newsletter, spedita qualche giorno fa. Si concentra su due storie, una sull’insegnamento della LCA, l’altra su una sua applicazione. Le belle storie vanno condivise. Qui è possibile iscriversi alla nostra newsletter.

Le idee nascono dalle persone, ma anche le idee migliori senza la passione e la dedizione dei singoli non potrebbero vedere la luce. Questa newsletter vuole mettere in risalto proprio questo aspetto: le idee crescono dove c’è lavoro, analisi, programmazione, ma anche creatività e desiderio di vedere oltre. Così oggi non parleremo di noi, ma di tre persone e delle loro storie. Con la speranza che le loro idee ed esperienze, e in generale tutte le buone idee, girino, creino circoli virtuosi, diano vita a reti e nuovi progetti.

Hanno collaborato a questa newsletter Luigia Petti, Andrea Raggi e Paola Riscazzi.

Luigia Petti è Professore Associato di Teoria e Tecnica della Qualità e Sistemi di Gestione e Certificazione Ambientale al Dipartimento di Economia dell’Università “G. d’Annunzio” di Chieti-Pescara. I suoi interessi di ricerca riguardano lo sviluppo metodologico e l’implementazione di strumenti di gestione ambientale ed ecologia industriale, quali: Life Cycle Assessment, Social Life Cycle Assessment, Quality Function Deployment, Ecolabelling, POEMS.

Andrea Raggi è professore ordinario di Scienze Merceologiche presso il Dipartimento di Economia dell’Università “G. D’Annunzio” di Chieti-Pescara. I suoi interessi di ricerca riguardano lo studio delle risorse ambientali nelle loro interazioni con le attività economico-produttive, le analisi tecnico-economiche riferite a risorse e sistemi energetici, i sistemi e gli strumenti di gestione ambientale. Ha maturato un’esperienza ventennale nell’ambito del Life-Cycle Thinking e dell’Ecologia industriale.

CONVERSANDO CON LUIGIA PETTI E ANDREA RAGGI

Da quando viene insegnata la LCA nella vostra Università e come viene strutturato l’insegnamento di questa metodologia?

Io (Andrea) personalmente la insegno a Pescara da quando arrivai come professore in questa sede nel 1998 (come ricerca mi occupo di approcci e strumenti di LCT da una ventina d’anni; mentre, le mie prime esperienze didattiche sull’argomento risalgono alla pima metà degli anni ’90, quando tenni per vari anni alcuni moduli nell’ambito di Master internazionali finanziati dall’UE in alcune Università estere).

A Pescara, i primi anni inserivo una descrizione relativamente sintetica della metodologia (qualche lezione) all’interno del mio corso di Tecnologia dei cicli produttivi.

Successivamente, dapprima con la nascita del corso di laurea quadriennale in Economia ambientale, poi con la sua trasformazione nel 3+2 (laurea triennale in Economia ambientale + laurea specialistica in Ecologia industriale) sono stati introdotti insegnamenti più specifici.

Ad esempio, l’insegnamento di Ecologia Industriale (insegnamento della triennale), nel quale, dopo aver adeguatamente introdotto ed inquadrato questo innovativo ambito di studi, fornivo una panoramica, delineandone l’impostazione metodologica, di alcuni tra i principali approcci e strumenti dell’ecologia industriale (in primis, l’LCA e altri strumenti di LCT).

Nell’insegnamento denominato “Analisi e Valutazione dell’impatto ambientale dei prodotti e dei processi” (insegnamento della specialistica) trattavo in modo più approfondito gli aspetti metodologici-applicativi dell’LCA e degli strumenti di LCT. Attualmente, a seguito della riforma, che ha visto un rimodulazione dei corsi, tengo l’insegnamento di Ecologia industriale (anche questo dedicato prioritariamente all’LCA), insegnamento della laurea magistrale in Economia aziendale, percorso in Ecologia industriale.

Nell’insegnamento di Sistemi di Gestione e Certificazione Ambientale la LCA viene presentata in quanto uno degli strumenti fondamentali per l’attuazione di una Politica Integrata dei Prodotti, nonché supporto fondamentale allo sviluppo di schemi di Etichettatura Ambientale: nella definizione dei criteri ambientali di riferimento per un dato gruppo di prodotti (etichette ecologiche di tipo I), o come principale strumento atto ad ottenere una Dichiarazione Ambientale di Prodotto: DAP (etichetta ecologica di tipo III).

Vengono privilegiate, per quanto possibile, modalità didattiche attive, con studio di casi e/o analisi di lavori scientifici, supporti didattici multimediali, dimostrazione di software specialistici, lavori di gruppo e simulazioni, visite e seminari di studio.

A vostro parere quali sono attualmente gli sviluppi più interessanti della LCA in Italia?

Quello che era un tema piuttosto di nicchia, sul quale, in Italia, hanno lavorato per un paio di decenni solo pochi ricercatori, e che trovava scarsa rispondenza nel mondo produttivo (se si escludono alcune limitate ma entusiastiche sperimentazioni da parte di imprenditori o tecnici “illuminati”), ha visto negli ultimi anni aumentare in termini considerevoli l’interesse di un numero sempre crescente di ricercatori, anche giovani, che spaziano dallo sviluppo metodologico (con primi risultati riconosciuti di eccellenza anche a livello internazionale), all’approfondimento delle problematiche applicative in campi sempre più diversificati dell’economia (da settori più consolidati, quali quello delle costruzioni, o quello alimentare, ad altri più innovativi, quali i servizi turistici).

Molto interessante è anche il nuovo filone della S-LCA che estende l’approccio metodologico della valutazione del ciclo di vita alle tematiche sociali.

Ci preme sottolineare il ruolo di guida e di riferimento in cui si pone, in tale ambito, la Rete Italiana LCA, network informale esistente da diversi anni e recentemente costituitasi come Associazione scientifica. In parallelo, ci sembra di percepire (anche se, non occupandoci di consulenza, non possiamo testimoniarlo tramite l’esperienza diretta) un sempre più spinto interesse per gli strumenti di LCT da parte del mondo produttivo e di quello dei consumi.

Quali sono i principali motivi per i quali la LCA viene utilizzata nel settore vinicolo in Italia? A cosa sono interessate principalmente le aziende che la richiedono?

In generale, riteniamo che il crescente interesse che recentemente sembrano suscitare questi strumenti sia principalmente riconducibile alla possibilità di utilizzarli per la comunicazione della performance ambientale (e, in tal senso, si spiegherebbe il recente successo del Carbon Footprint, vista la sua migliore intelleggibilità da parte del consumatore medio). Nella nostra non troppo ampia esperienza applicativa (fin dalla fine degli anni ’90), l’adesione a progetti di sperimentazione dell’LCA ha visto in genere (ma questo vale anche, nello specifico, per il settore vitivinicolo) coinvolte imprese proattive, in cui gli imprenditori ed i tecnici coinvolti in prima persona mostravano particolare sensibilità al tema ambientale e consapevolezza del suo ruolo crescente nei mercati. Se il primo driver è probabilmente stata la prospettiva di utilizzare i risultati dell’LCA per azioni di marketing, a seguito dell’applicazione sono normalmente emerse altre possibili ricadute positive, in termini di migliore conoscenza dei processi e dei relativi input, con conseguente più immediata identificazione dei punti di debolezza (dal punto di vista tecnico-economico) e delle opzioni di miglioramento.

CONVERSANDO CON PAOLA RISCAZZI

Paola Riscazzi , lavora come coordinatrice dei progetti “green” nell’ambito della Piattaforma Ambiente per i Beni di Largo Consumo (PAB).

PAB nasce dalla collaborazione tra gli esperti in comunicazione di SPRIM, società internazionale di consulenza strategica che opera nell’ambito della salute dell’Uomo e dell’Ambiente, e i ricercatori dell’Istituto di Chimica Agraria e Ambientale dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza.

Ha seguito un corso intensivo e poi avanzato di LCA & SimaPro lo scorso anno.

Come è nata l’idea di creare un’etichetta ambientale per i prodotti alimentari? Sono state le aziende a spingere la ricerca o è stata l’università che cerca di incontrare le aziende?

L’idea di creare un’etichetta ambientale per i prodotti di largo consumo (food e non) nasce come opportunità per le aziende per potersi differenziare, per poter comunicare il proprio impegno in campo ambientale, e soprattutto rafforzare il dialogo con i consumatori; sono quindi i consumatori, oggi sempre più sensibili alla tematica, a chiedere ai produttori un impegno crescente in tal senso.

L’etichetta ambientale è frutto della “Piattaforma Ambiente per i Beni di Largo Consumo” (PAB), nata dalla collaborazione tra gli esperti in comunicazione di SPRIM, società di consulenza strategica che opera nell’ambito della salute dell’Uomo e dell’Ambiente, e i ricercatori dell’Istituto di Chimica Agraria e Ambientale dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza.

Questa realtà permette di unire la ricerca scientifica ad una visione strategica e imprenditoriale, in modo da fornire un adeguato supporto alle aziende secondo le proprie specifiche esigenze.

Quali soni i contenuti dell’etichetta? Secondo quali criteri sono stati scelti? La scelta di non rendere necessaria la certificazione è legata al desiderio di una maggiore accessibilità o vi sono anche altre ragioni per tale scelta?

L’etichetta riporta informazioni finalizzate a misurare l’impatto ambientale di un determinato prodotto. È costituita da un indice globale, più tre sotto-indicatori diversi: impatto sull’ecosistema in termini di quantità e qualità dell’acqua, quantità e qualità del suolo, qualità dell’aria, il tutto espresso come percentuale rispetto all’impatto medio giornaliero di un cittadino europeo. La valutazione, secondo la logica del Life Cycle Assessment, comprende l’intero ciclo di vita del prodotto: dalla sua realizzazione, alla distribuzione, consumo e smaltimento.

La decisione di utilizzare più indicatori nasce dalla volontà di basarsi su un approccio multi-criterio, concetto più completo e oggettivo rispetto alla sola e ormai superata “impronta carbonica”.

Si tratta di un’auto-dichiarazione, ossia di un “claim ambientale” che un’azienda decide di fornire circa le caratteristiche del proprio processo di produzione. Come tale, quindi, non è prevista la certificazione da parte di un organismo indipendente, ma solo il rispetto dei requisiti relativi ai contenuti dell’informazione, che deve essere accurata, verificabile e non ingannevole. Viene inoltre richiesto l’utilizzo di metodologie verificate e provate su basi scientifiche, che consentano di ottenere risultati attendibili e riproducibili, come l’LCA.

La scelta di questa tipologia di etichetta ambientale è legata all’esigenza delle aziende di ottenere, con una procedura ottimizzata in termini di tempo e di costi, uno strumento che permetta di valorizzare il loro impegno per lo sviluppo sostenibile e di perseguire un vantaggio competitivo sul mercato, basato comunque su una metodologia solida e validata a livello scientifico.

Quali emissioni/categorie d’impatto ambientali sono raggruppate nelle tre macro categorie aria, acqua, suolo?

Applicando il metodo di valutazione dell’impatto “ReCiPe Midpoint” si ottengono 18 indicatori, i quali vengono poi aggregati, con pesi diversi, nelle tre sotto-categorie “aria”, “acqua”, “suolo”:

ARIA: climate change, ozone depletion, photochemical oxidant formation, human toxicity, particulate matter formation, ionising radiation;

ACQUA: fresh water eutrophication, marine eutrophication, fresh water ecotoxicity, marine ecotoxicity, water depletion;

SUOLO: agricultural land occupation, urban land occupation, natural land transformation, terrestrial ecotoxicity, terrestrial acidification, metal depletion, fossil depletion.

Una volta effettuata l’aggregazione degli indicatori, viene applicato un approccio peculiare basato su di una metodologia statistica per la stima degli impatti, in modo da affrontare il problema dell’incertezza dei dati e ottenere un indicatore più oggettivo.

L’etichetta raffigurata nella confezione del prodotto corrisponderà ad una scheda più dettagliata consultabile da parte dei clienti?

L’etichetta potrà essere applicata direttamente sulle confezioni dei prodotti, ma non solo: a seconda delle esigenze specifiche di ciascuna azienda, queste informazioni potranno essere accessibili tramite diverse modalità (sito internet, applicazioni smartphone, pubblicità ecc.).

Nulla vieta quindi che si possano utilizzare più strumenti di comunicazione insieme: ad esempio la confezione del prodotto abbinata ad una scheda dettagliata consultabile tramite sito internet, oppure tramite cellulare attraverso applicazione smartphone.

Tra quanto tempo troveremo sugli scaffali prodotti alimentari “etichettati”?

L’etichetta ambientale è nata da poco, e ufficialmente presentata nell’ambito della Conferenza FAO “Food Chains, Food Systems and Sustainable Diets – The Mediterranean Diet as a case study” che si è tenuta a Milano nel mese di marzo. È presto ancora per poterla vedere sui nostri scaffali; possiamo confermare però l’interesse suscitato in diverse aziende alimentari e non, in Italia e anche all’estero. Per ora stiamo lavorando su alcuni progetti, che vedranno i primi frutti a breve.

Si possono avere maggiori informazioni sull’etichetta ambientale sul sito www.etichettaambientale.it

Ringraziamo di cuore Luigia, Paola e Andrea per aver condiviso con noi le loro esperienze.

“Today you are You, that is truer than true. There is no one alive who is Youer than You”

Dr. Seuss

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