Esperienze ed impressioni

Venerdì, un libro

24 Agosto 2012

Il libro “Meglio senza” e tortine di ricotta e fichi (naturalmente autoprodotte)

Ho appena finito questo libro, letto in un periodo in cui a casa non ho avuto internet, né telefono fisso, né televisore. I primi due a causa di un cambiamento di servizio che ha implicato un’astinenza molto più lunga del previsto (e anche qui potremmo aprire una parentesi sulle incongruenze tra tecnologia che accelera e burocrazia che rallenta, sempre di più). Il televisore non ce l’ho per scelta.

E’ la storia di un ricercatore del MIT (sembra paradossale, ma è vero) che decide di trascorrere 18 mesi presso una comunità che lui chiama di Minimiti, un gruppo più rigido di molti Amish nel rifiuto della tecnologia. L’avventura vede lui e sua moglie Mary reinventarsi una vita senza telefono, elettricità, acqua corrente, frigorifero, provvedere alla propria sussistenza attraverso il lavoro dei campi senza alcuno strumento a motore, e autoprodurre tutto il cibo di cui hanno bisogno pensando anche alle scorte per i mesi invernali.  Per ultimo, rinunciano anche all’auto, unico lusso tenuto in principio solo per le emergenze, e acquistano un calesse,  che l’autore definisce un “portico ambulante”. E’ un libro piacevole. E’ interessante ritrovarvi ricordi dei nonni, o sconosciute soluzioni ingegnose per rendere meno dura una vita che a noi sembra così spartana, essenziale (se può interessare, contiene anche alcune istruzioni sulla costruzione di un fienile). Fa anche strano pensare a quanta cultura è andata persa nel giro di un paio di generazioni, perché i nostri nonni e bisonni non vivevano forse allo stesso modo?

La decisone di eliminare qualsiasi tipo di strumento elettrico e macchina automatica può sembrare assurdo nel XXI secolo, ma la ragione profonda sta proprio nel desiderio di voler evitare di entrare nella “spirale ascendente di necessità materiali”.

Non mi passa neanche nell’anticamera del cervello di abbandonare la tecnologia, e penso a quante vite la tecnologia salva quotidianamente, quanti enigmi aiuta a risolvere, ma qui si parla d’altro, e questo libro mi ha offerto riflessioni interessanti e qualche piccola sfida o ripensamento sul mio modo di vivere.

Quanta parte del nostro lavoro serve a pagare cose di cui potremmo facilmente fare a meno?

La tecnologia aumenta e migliora o impoverisce le relazioni?

La tecnologia ci aiuta veramente ad aumentare l’efficienza della nostra vita e regalarci più tempo, o non ci ingabbia invece in un circolo vizioso di tutto-adesso-tutto-prima-sempre-rintracciabile-sempre-attivo?

Devo ammettere che in questi 40 giorni senza internet e senza telefono, sicuramente anche complice il grande caldo, e il Ferragosto, ho letto moltissimo (va bene, ho letto più del solito) e ho fatto cose che non ho avuto tempo di fare in mesi.

“Le instabili forze della natura scatenavano per reazione la solidarietà umana, che nutriva a sua volta un desiderio di stare insieme che sembrava naturale”.

Ho ritrovato in questo libro una storiella che mi aveva raccontato un amico, la storiella del pescatore del Sud (secondo il mio amico era, più precisamente, messicano).

“Un giorno un ricco uomo del Nord vide il pescatore del Sud che stava seduto sulla riva senza far niente. Orrore! “Che cosa sta facendo?” chiese. “Sto seduto” rispose il pescatore. “Come mai non è uscito a pescare?” “Ho già pescato abbastanza pesce per tutto il giorno” rispose il p escatpre. “Non lo sa” ribatté il ricco “che se avesse continuato avrebbe potuto guadagnare altri soldi e comprasi una seconda barca? Con due barche avrebbe potuto ricavare ancora più soldi e comperare reti migliori. Così avrebbe potuto prendere più pesci e presto avrebbe avuto un’intera flotta di barche. E sarebbe diventato ricco come me”. “E poi che cosa avrei potuto fare?” domandò il pescatore. “Poi avrebbe potuto godersi la vita.” Il pescatore rispose: “Perché, cosa pensa che stia facendo adesso?”.

Meglio senza – staccare la spina dalla tecnologia

Eric Brende, Ponte delle Grazie

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