Comunicazione sostenibile

Quali metodi per la divulgazione scientifica

12 settembre 2013

La comunicazione ambientale è una delle mie passioni (oltre che il mio lavoro) e quindi mi interessa sempre vedere e sperimentare come in contesti diversi vengono divulgate informazioni scientifiche ai non esperti. Trovandomi ad Amsterdam per lavoro, non ho potuto fare a meno di visitare Nemo , il più grande museo della scienza dei Paesi Bassi.

Progettato da Renzo Piano, l’edificio è bellissimo e ha un tetto terrazzato al quale si può accedere anche da un ponte esterno senza dover entrare nel museo, ed è un vero e proprio luogo d’incontro, la piazza più elevata d’Olanda, dove i bambini possono giocare nelle pozze d’acqua e gli adulti possono prendere il sole, mangiare qualcosa o godersi il panorama.

Ma entriamo in questo museo di cinque piani pieni zeppi di attività. Sono tantissime, ed è impossibile farle tutte anche passandoci una giornata intera.

Molte delle attività sono così strutturate: poiché ogni postazione ha l’obiettivo di spiegare un determinato fenomeno, a terra si può leggere la domanda alla quale si vuole dare una risposta con l’attività proposta, mentre appeso al soffitto vi è un pannello che offre la spiegazione scientifica del fenomeno stesso. L’approccio è quello dell’esperienza attiva dei visitatori, che sperimentano con attività altamente interattive, accattivanti, e dal design colorato e moderno. Insomma, viene voglia di toccarle, tutte. Al primo piano ti prende una certa febbre da prestazione e temi quasi di non avere tempo di farle tutte, tanto che ti muovi veloce e consumi le esperienze senza troppa fretta ma a ritmo comunque sostenuto. Sai di doverti organizzare per non perdere niente e decidi il percorso da seguire, anche se contemporaneamente i tuoi occhi corrono avanti, oltre. Reggi sicuramente anche al secondo piano, al terzo cominci a selezionare, inevitabilmente.

Io mi sono lasciata prendere dall’entusiasmo e di cose ne ho fatte, ma ho soprattutto osservato.
Ho visto piccoli e grandi fare, ridere, partecipare, e passare sicuramente una bella giornata. Ho però anche notato che pochi leggevano le domande per terra, e quasi nessuno guardava le risposte nei pannelli appesi al soffitto. Ho anche visto che andavano per la maggiore tutte le postazioni che offrivano cose da fare, meglio ancora pulsanti da premere, e che non sempre questi ultimi venivano premuti seguendo un senso logico (mai visto un bambino che gode della possibilità di premere ripetutamente diversi pulsanti colorati? Ecco, quell’effetto lì). Sono rimasta almeno cinque minuti a guardare questa struttura che spiega il DNA. Bella, interessante, ben fatta e molto istruttiva.

Niente giochi, niente pulsanti, solo un piccolo schermo.

Tante informazioni, semplici e chiare.

Se si potesse srotolare il DNA di una persona si potrebbe fare 6000 volte il percorso fino alla Luna e ritorno.

In quei cinque minuti una sola bambina si è avvicinata a curiosare, guardando brevemente il video e qualche altro elemento, mentre nel resto della sala fervevano le attività.

Nel museo c’è un bellissimo percorso su come ottenere acqua potabile in 8 passi. I visitatori possono sperimentare questi otto passi, partendo dall’acqua che cade dalle nuvole in forma di pioggia. L’acqua scende a terra, dopo di che è possibile cominciare ad intervenire nel processo di potabilizzazione.

Non ho visto nessun bambino lasciar cadere l’acqua nel fiume, ma tutti la raccoglievano con il secchiello quando scendeva dalla nuvoletta. E’ grave? Certo che no, ma è solo la considerazione che nessuno si è fermato a leggere le istruzioni, o è stato aiutato a farlo. Più tardi, ripassando, ho visto qualche genitore fare il percorso con i figli.

Nel museo c’è anche una parte con meno attività, meno postazioni, meno cose da eseguire, più cose da inventare. E’ la fabbrica delle invenzioni.

E’ una dimensione diversa, e qui ti abbandona anche quel senso di dover divorare tutto come se il banchetto dovesse finire da un momento all’altro.

Ho chiesto a dei bambini cosa pensassero di questo posto: “Bellissimo, è come un parco divertimenti”.

Ecco, questo, non avrei potuto dirlo meglio. E’ bellissimo, ma fin dall’inizio c’era qualcosa che non mi convinceva, ed è proprio questo. E’ come un parco divertimenti. Non dico che sia sbagliato, anche se io l’avrei strutturato diversamente, ma è troppo di tutto, troppo tutto insieme, tutto troppo vicino. Chi vive in Olanda ha la possibilità di farsi la carta dei musei, di durata annuale, e visitare questo e altri musei quante volte vuole, quando vuole. Un posto così allora te lo assapori con calma, trattando magari di volta in volta alcuni argomenti, le cose che fai a scuola, le cose che ti interessano di più. Visto così in una giornata vale anche la pena, ma mi pare che alla fine non raggiunga l’obiettivo di trasmettere e soprattutto fissare nella memoria nozioni scientifiche. Proprio da qui ero partita, da come sia meglio fare divulgazione scientifica ai non esperti.

Anni fa, quando i musei erano noiosi, difficili da capire e “intoccabili”, posti come questo erano un sogno, una visione. Spesso un estremo porta all’estremo opposto, e Nemo va secondo me in quella direzione. Per me è stata una visita utile, che nella Fabbrica delle invenzioni mi ha anche fornito alcune risposte relative alla dimensione più adatta non solo a far partecipare e trasmettere correttamente, ma soprattutto a fare in modo che tali informazioni vengano ricordate e assimilate.

Sempre per lavoro, ho recentemente visitato un altro museo, che è stata una vera sorpresa. Sappiamo in Italia di avere musei come questo? E’ un gioiellino. Si tratta del WiMu, il Museo del Vino di Barolo . Non solo è bello arrivarci e salire al castello che è anche sede del museo, ma visitarlo è un’esperienza indimenticabile. Ecco qui il segreto: indimenticabile. Cosa rende un’esperienza un evento unico? Meglio riempire o svuotare? Svuotare per lasciare cosa?

Un assaggio.

Il senso del tempo, elemento necessario per ottenere il nettare degli dei.

Il percorso dall’infinitamente grande dell’universo all’infinitamente piccolo del DNA di un chicco d’uva.

Tutti gli elementi naturali necessari a dare un ottimo vino non sono sufficienti se manca l’uomo, il direttore d’orchestra, con la sua passione e l’armonia.

Questo museo svuota e lascia pochi concetti chiave, ma quelli scommetto che anche il visitatore più svogliato se li ricorderà di certo. Ogni sala è un’esperienza, ogni esperienza è una tessera del puzzle, e ogni concetto, nel modo in cui l’esposizione è strutturata, ha tempo di essere compresa e fissata nella memoria.

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