Pagine

26 maggio 2016

Idee sparse - Scattered ideas

Se poniamo a confronto il fiume e la roccia, il fiume vince sempre non grazie alla sua forza ma alla perseveranza.
Buddha 


All'inizio di maggio, per 107 ore, il consumo di elettricità del Portogallo è stato completamente coperto da foti rinnovabili; qui tutti i dettagli.

Il Pizzly è l'incrocio tra il grizzly di Canada e Alaska, che si sposta sempre più a nord a causa del riscaldamento globale, e l'orso polare. Qui l'articolo. 


Coop Svezia è stata premiata come negozio più sostenibile al Swedish Retail Award 2016. Il nuovo concetto del negozio è molto più incentrato rispetto al passato sulla sostenibilità, con maggiore spazio per frutta e verdura fresche e di stagione, anche "brutte" (ne abbiamo parlato già qui e qui), e prodotti biologici. Qui maggiori informazioni. Guardate il video realizzato dalla catena svedese; in effetti le analisi fatte su questa famiglia fanno un certo effetto.

Toutes les pièces principales du Fairphone 2 sont facilement démontables. L’appareil coûte environ 580 fr.
Il telefono modulare è realtà, ed è già disponibile in Svizzera. In caso di rottura, basta sostituire una parte dello smartphone, cosa che non richiede l'intervento di un esperto ma può essere fatta dall'utente. Qui l'articolo, in francese. Per maggiori informazioni sull'obsolescenza programmata, ne abbiamo parlato qui.


In Giappone è nata la più grande azienda agricola indoor, e l'agricoltura si industrializza. L'azienda può produrre fino a 10.000 cespi di insalata al giorno. Niente più sole ma lampade LED, controllo totale di temperatura dell'aria e del terreno, umidità, luminosità e riduzione del rischio dato dall'agricoltura tradizionale. Sembra che in questa azienda solo l'1% del raccolto venga eliminato. Eppure credo ci siano ancora molti aspetti da valutare per convincermi ad abbracciare questa strada.



Il Rapporto d Sostenibilità era un malloppone che pochi leggevano; ora sempre più spesso le aziende cercano altri modi per renderlo più snello e interessante anche per i giovani. Heineken l'ha fatto attraverso la collaborazione con il cantante Kevin 'Blaxtar' de Randamie.

Concludiamo in bellezza con una notizia sulla creatività. Si pensa spesso che questo talento sia legato alla giovane età; niente di più falso. L'essere troppo vecchi è invece spesso solo una scusa che si usa per evitare il costo emotivo dell'iniziare qualcosa di nuovo. Qualche sogno nel cassetto? E' ora di dare a lui e a noi una possibilità. Leggete qui per saperne di più. 

23 maggio 2016

I luoghi in-culti di Alessadro Tasinato - Intervista


Alessandro Tasinato è autore di un’indagine sulla Rabiosa, il fiume che attraversa la Bassa Padovana e ne rappresenta la principale arteria idrografica. Ma è anche un fiume dalla storia complessa e misteriosa dato che, come ci dice l’autore, ha addirittura “perso il suo nome”.
Il lavoro, nato con l’idea di scrivere un saggio ambientale, ha assunto nella veste definitiva la forma di un romanzo o – come lui preferisce definirlo – un’indagine narrativa. In attesa della sua pubblicazione, Alessandro ne parla in un blog dal titolo anch’esso curioso: il culto dei luoghi in-culti. L’abbiamo intervistato.

Alessandro, ci puoi brevemente spiegare cosa sono i luoghi in-culti e raccontarci da dove nasce la tua passione per questi spazi?

In-culti è l’appellativo col quale la Repubblica Serenissima indicava le zone paludose, gli acquitrini, le aree che non erano ancora state destinate all’agricoltura o a forme di utilizzo di tipo economico. A Megliadino, nella Bassa Padovana dove ho vissuto, vi era una specie di pozza che si riempiva e svuotava con le piene e le secche della Rabiosa, il fiume che le scorreva lì accanto scendendo dalle Prealpi e dai Monti Lessini. Era l’ultimo dei luoghi in-culti, un posto sopravvissuto alle bonifiche del Cinquecento e ai pompaggi delle macchine idrovore. Era un luogo che non “serviva a niente”, tranne che ad ospitare me quando andavo a fare birdwatching. Il che – fino a qualche anno fa – capitava praticamente ogni giorno.
Questa mia perseveranza nel frequentare quel posto mi ha permesso di cogliere quanto in realtà quella pozza fosse importante. L’ho vista riempirsi dei reflui che il distretto conciario di Chiampo Arzignano scaricava regolarmente nel fiume. E poi l’ho vista trasformarsi in cantiere quando, più tardi, venne realizzato il tracciato dell’autostrada Valdastico Sud. Insomma, quel luogo che non “serviva a niente”, quel posto “disutile” dal punto di vista economico era un punto di vista privilegiato, un luogo perfetto da cui osservare l’effetto delle politiche che avevano caratterizzato la nostra Regione.


Com’è nata l’idea di ricercare il Rabiosa, che una volta c’era e ora non più?

E’ stato per colpa di una poesia. Un giorno stavo scartabellando in cerca di dati per le mie ricerche sul fiume e mi ritrovo in mano una poesia: l’autore è anonimo (donna, suppongo) ed è dedicata al fiume inquinato. Si intitola: alla Rabiosa. Senti che nome, mi dico. E’ un nome femminile, selvaggio, istintivo, esprime un temperamento senz’altro indomito. Rabiosa non ha niente a che fare con “Fratta” o “Gorzone” che sono i nomi con cui viene comunemente indicato il mio fiume (dico comunemente perché in realtà, procedendo da monte a valle, questo fiume di neanche cento chilometri cambia nome per ben cinque volte).
Allora mi metto a cercare tra le carte catastali del Cinquecento e scopro che il fiume un tempo si chiamava realmente così. Le ultime carte che riportano la dicitura Rabiosa risalgono alla metà del Settecento, poi quel nome scompare per essere spezzettato in un’infinità di nomignoli. Quando ho deciso di scrivere il mio romanzo non ho esitato a chiamare il fiume col suo nome originario: è stato un modo per restituirgli (anzi, restituir-le) la natura, l’istinto e l’identità unitaria che le sono sempre appartenuti.

Quanto è durato il tuo lavoro e com’è stata condotta la raccolta delle informazioni?

L’idea di scrivere un libro sulla Rabiosa mi è dentro da circa dieci anni. Se guardo all’aspetto documentaristico, quello cioè che rende il mio testo un romanzo storico o - dovrei dire – un romanzo d’inchiesta, si tratta del risultato di una ricerca abnorme, frutto senz’altro di un’ossessione. Ero ossessionato dall’idea di documentare le trasformazioni di cui ero stato testimone diretto.
Gli strumenti che nel frattempo avevo acquisito con la mia laurea in Scienze Ambientali e le prime esperienze lavorative nella valutazione degli impatti ambientali avevano inoltre caricato quest’obbligo di un ulteriore senso di responsabilità, trasformandolo in un vero e proprio imperativo categorico. Con la Provincia di Venezia avevo appena collaborato a un’indagine storica sui cicli produttivi della chimica a Porto Marghera per capire in che modo l’intervento delle leggi e delle innovazioni tecnologiche avevano contribuito a modulare l’impatto delle industrie sull’ambiente. Perché – mi dicevo – non  riproporre un’indagine simile sul mio territorio?
Ho spaziato pertanto su più fronti. Dalle ricerche archivistiche sulle cartografie a quelle urbanistico-territoriali per le quali ho attinto a pubblicazioni di storici locali. Dalle indagini finalizzate a ricostruire la storia produttiva del distretto conciario (per le quali sono state utili riviste di economia e politica industriale, pubblicazioni e testi di laurea sul distretto stesso...) a quelle prettamente tecniche volte a definire le capacità di abbattimento degli impianti di depurazione (per le quali ho utilizzato atti di convegni, memorie e pareri di tecnici esperti). Il tema della qualità delle acque merita un discorso a parte. Dalla fine degli anni novanta infatti l’ARPAV produce regolarmente rapporti di monitoraggio e controllo, documenti che ovviamente hanno costituito anch’essi una fonte preziosa per la mia indagine. Ma per il periodo precedente? Non abbiamo dati o analisi raccolti in modo organico. Da un lato ho quindi fatto ricorso a una rassegna stampa che raccoglie articoli apparsi sui quotidiani locali anche diversi anni fa e che, grazie anche al contributo di comitati e associazioni, era stata negli anni mantenuta aggiornata. Dall’altro sono andato per le case a  intervistare la gente del posto. La memoria tramandata per via orale è estremamente importante. Certo, un ricordo non ha lo stesso valore di un rapporto di campionamento e analisi. Ma fino agli anni Sessanta l’acqua da quella pozza la si beveva. Poi ha iniziato a scendere la schiuma dalle concerie. Non ci sono analisi chimiche che ce lo dicano. Ma quei fatti sono comunque accaduti e a testimoniarlo, oggi, ci sono appunto solo gli articoli sui quotidiani e le voci che mi sono premurato di registrare, per poi riascoltarle, sbobinarle e farle rivivere dentro il mio testo.

La tua ricerca ha la caratteristica di toccare discipline diverse, e questo è anche il suo fascino: tratti aspetti storico-ambientali, linguistici, economici. Ci puoi brevemente descrivere in che modo sono collegati alla tua ricerca su questo fiume?

L’ossessione per la ricerca e la raccolta dei dati mi aveva portato a raccogliere un’enormità di materiale per nulla facile da gestire. I primi tentativi di scrittura mi avevano portato a dei risultati piuttosto asettici, pesanti, assomiglianti sì a una specie di saggio sulla storia e l’ambiente locali ma complessivamente morti. Chi avrebbe mai letto un libro così? – mi chiedevo. Da qui, nel 2009, è maturata la decisione di rivoluzionare il progetto affidando il racconto della Rabiosa a una voce narrante che fosse fresca, vivace, ironica. E così è nato Nino Franzin.
Nino Franzin, il protagonista, ha una storia giovane, contemporanea che si intreccia con quella più antica della Rabiosa. Egli racconta la propria ricerca di un lavoro, la precarietà, il desiderio di emancipazione sociale. Ma c’è anche una donna che ad un certo punto entra nella sua vita, e quindi ciò egli tocca è il tema dei legami, del matrimonio, di una nuova vita che ad un certo punto tenta di nascere. Credo che l’inserimento di questi temi estremamente attuali che scorrono accanto alla storia del fiume abbia contribuito a rendere la mia ricerca più completa, trasformando quello che rischiava di rimanere un saggio relativo a un’area ristretta del nostro Paese in una storia viva, replicabile, dal valore vorrei dire universale.

In che senso?

Ti faccio un esempio. C’è un momento nel romanzo che costituisce un punto di svolta ed è quando nel legame tra Nino e la sua donna viene concepito un embrione. La gravidanza viene gestita all’inizio come normalmente oggi succede a chi si affida agli ospedali, ossia una questione che riguarda un utero, un grembo, una porzione del corpo soltanto. A scardinare questa visione è l’irruzione di una ginecologa (la “ginecologa pazza” – Nino la chiama così) che spiega come il corpo di una donna, per quanto la medicina ci costringa a gestirlo a comparti diversi, sia invece un tutt’uno: quell’utero, quel grembo, quella gravidanza sono legati al corpo intero di quella donna. Inoltre non vanno considerati in modo disgiunto dal suo passato: né da un solo giorno, né da una sola ora, né da un solo minuto che lei abbia vissuto. Questa esperienza insegnerà a Nino a raccontare anche la Rabiosa così, guardandola in modo unitario, complessivo, secondo un approccio integrato.
Per certi versi Nino impara a scardinare la narrazione con cui un certo tipo di linguaggio moderno tenta (apparentemente) di semplificarci la vita. Queste semplificazioni, questo modo che abbiamo imparato di raccontarci la realtà, ci ha portato a una gestione molto individualistica della nostra vita privata. E tuttavia, guardando a una dimensione maggiore di quella domestica, si tratta delle stesse semplificazioni che hanno portato a gestire la cosa pubblica o – se vogliamo chiamarla così - il bene comune in una chiave sempre più privatistica. E questo è quanto è successo per oltre quarant’anni con l’acqua della Rabiosa.

E’ molto interessante il concetto di topografia culturale che citi nel tuo blog. In un presente in cui l’ambiente è sempre più antropizzato, come vedi il futuro, sia ambientale che culturale, dei luoghi in-culti?

Quando parlo di topografia culturale mi riferisco proprio a questo: a una capacità di trattare le cose con la complessità che richiedono. Nino è un uomo che cresce nel corso del libro, e un po’ alla volta questa capacità riesce a farla propria. Ma il suo è un percorso eretico (come eretica del resto è la “ginecologa pazza” che guarda caso dagli ospedali è stata cacciata). Gli costerà molto caro. Il linguaggio è potere e cambiare linguaggio significa scontrarsi con il potere. E Nino lo fa.
Sono vissuto nella Bassa Padovana più estrema, in un’area che è sempre stata definita depressa alla quale faceva da contrappunto la città, l’urbe, la sede delle istituzioni e della cultura. L’antropizzazione delle campagne ha smussato questo tipo di antitesi. Oggi il territorio metropolitano e una mentalità più globale ci rendono tutti più simili. L’antitesi si è invece spostata su un altro livello: chi si adegua al linguaggio corrente e chi tenta un linguaggio diverso; chi è limitato a una visione superficiale e chi invece prova a capire; chi la complessità la sa gestire e chi invece la sa soltanto banalizzare. 

Quale speri sia il futuro della tua ricerca e prevedi degli sviluppi ulteriori di questo progetto?

Si tratta ora di pubblicare il lavoro e di presentarlo al pubblico. E’ una sfida per me e per la casa editrice che accoglierà il mio progetto. Se guardo al romanzo in sé, si tratta di uno spaccato di vita che può essere letto da Bolzano a Catania. Se guardo al suo valore storico ed ambientale ne ipotizzo senz’altro un uso didattico, in particolare nel Veneto. Se guardo infine al suo valore di indagine penso senz’altro a un suo contributo al dibattito pubblico. In questi mesi, si parla molto di Pfas, i perfluoroalchilici che da un’azienda del vicentino hanno contaminato le falde di diversi comuni della Bassa Padovana. Penso che il mio lavoro potrebbe aiutare molti cittadini a costruirsi il giusto contesto per comprendere meglio ciò che è accaduto.

20 maggio 2016

Venerdì, un libro e lezioni di vita

Foto di Leonardo BB
Il quotidiano Le Parisien l'ha descritto come "lezione di felicità". E' sufficiente per convincere ad acquistarlo? Sono anni che sto alla larga da libri sulla crescita personale e spirituale, cambiamento, miglioramento della vita. In genere trovo in altri libri che non si propongono di insegnare niente molta più ispirazione e stimolo. Ma ho comprato questo "Le jour où j'ai appris à vivre" (Il giorno in cui ho imparato a vivere) forse perché è ufficialmente un romanzo e non un saggio. Ho letto un po' di recensioni nei siti francesi, e tra moltissimi commenti entusiastici, alcune recensioni negative riguardano invece proprio il fatto che assomigli più a un saggio che ad un romanzo.

Il protagonista è il comproprietario di un'agenzia assicurativa, da poco separato e padre di una bambina, che più che vivere tira a campare. Il lavoro ha perso la verve e lo spirito dei tempi iniziali, la vita sociale è piatta, quella familiare triste. Un giorno una ragazza gli legge la mano e gli predice una fine imminente. Da questo momento, tutto cambia.

La trama non è sicuramente delle più originali, e il tocco finale un po' deludente, ma nel complesso questa storia ispira ottimismo, merce rara e sempre benvenuta, per come la penso io. La parte vincente del libro è quella del dialogo tra il protagonista e la zia, che in una storia per bambini potrebbe essere il saggio gufo. Se non avete voglia di leggere tutto il libro (VIII diritto imprescindibile del lettore di Daniel Pennac: il diritto di spizzicare, tanto per rimanere in Francia), andate direttamente al capitolo 7 per questo dialogo che è una piccola lezione di vita.

La nature nous rend ce que la societé nous a confisqué.
Et plus tu vas obtenir de plaisir en provenance de l'extérieur, plus tu vas conditionner ton cerveau à se tourner pour y chercher des sources de satisfaction.
...le mot d'origine, utilisé par Jésus, que l'on a traduit par "péché" était khtahayn. Il signifie plutôt "erreur", dans le sens où ce que l'on fait ne correspond pas à l'objectif. De même, quand Jésus parlait de ce qui est mal, il utilisait le mot bisha, qui veut plutôt dire "inadéquat". Bref, commettre des péchés n'est pas vraiment faire le mal, mais plutôt se tromper et s'éloigner de l'objectif.
 ...quand on fait la guerre contre soi-même, une chose est sûre: l'un de nous va perdre!
Credo sia proprio questo il fulcro della storia, questo il saggio trasformato in romanzo aggiungendovi tutto quello che viene prima e che segue dopo. Però, se lo leggete in francese il linguaggio è fluido, facile da seguire, e rappresenta un ottimo esercizio di lingua. Sicuramente da salvare anche la parte relativa alle buone azioni. A rischio di essere buonista, le azioni buone fanno bene, eccome, idealmente almeno una al giorno.
Per rimanere in tema, questa immagine è tratta da un tweet di oggi di Danielle Nierenberg, che seguo (il mio account è @2Bortolozzo se volete seguirmi).

Today offer a random act of kindness to someone and watch how great you both feel.


Buon fine settimana.

18 maggio 2016

Idee sparse - Scattered ideas


Un giorno Alice arrivò ad un bivio sulla strada e vide lo Stregatto sull'albero.

- "Che strada devo prendere?" chiese.
La risposta fu una domanda:
- "Dove vuoi andare?"
- "Non lo so", rispose Alice.
- "Allora, - disse lo Stregatto - non ha importanza". 

Lewis Carroll

Secondo un recente studio condotto negli Stati Uniti, la situazione di api e altri pollinatori è in continuo peggioramento. Nel periodo da aprile 2015 a marzo 2016 sembra che nel paese nordamericano questi preziosi insetti abbiano perso il 44,1% delle loro colonie. A febbraio di quest'anno anche le Nazioni Unite hanno lanciato l'allarme perché 2/3 delle specie pollinatrici sono a rischio di estinzione. Qui l'articolo, qui un nostro post su questi preziosissimi invertebrati. 

Ecco la prova del tre per riconoscere una vera certificazione EPD.

Un progetto molto interessante che propone di coltivare il mare in modo verticale, contribuendo a depurare i mari, fornendo all'uomo alimenti ricchi di proteine e con la possibilità di produrre anche biocarburante. Qui il sito dell'iniziativa.

Una buona notizia da Medellin: un piano per la mobilità sostenibile impegnerà la città da ora al 2019. Il piano è molto articolato e prevede, tra le altre cose, che nei prossimi anni la città arrivi a disporre di 125 km di piste ciclabili. Qui maggiori informazioni, in spagnolo.

Risultati immagini per ceres roadmap for sustainability
Ceres propone una roadmap aggiornata per le aziende che intendono integrare nel proprio modo di essere un percorso di sostenibilità. Qui la mappa interattiva.
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...